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L'importanza della norma all'interno del lavoro di relazione in ambito scolastico
giugno 28, 2018
Viviamo nella triste ed irritante epoca del manicheismo intellettuale. Qualsiasi analisi si faccia sopra ogni fenomeno si riduce ai minimi termini: o bianco o nero. Paradossalmente più la società si fa complessa più gli approcci ai suoi fenomeni sono riduttivi, ogni procedimento logico è influenzato dal proprio sentimentalismo ed ogni ragionamento è viziato affinchè esso non contraddica la propria visione del mondo.
Ciò avviene anche per quanto riguarda la scuola e le sue problematiche, guardiamo il caso degli insegnanti bullizzati dagli studenti e/o dai genitori, la risposta è ovviamente binaria: da un lato abbiamo chi affronta il problema giustificando, sminuendo e tollerando ogni cosa, mentre dall'altro c'è chi propone insegnanti armati in classe e buttafuori nei corridoi. Seguendo questi aberranti fili logici ne deriva che la gestione della classe vada bene così com'è, oppure che tale gestione vada rimodellata in stile caserma dei Marines.
Negare la realtà non serve, anche se a molti farà male riconoscere la corresponsabilità di chi ha voluto privare la scuola di concetti come autorità, ruolo, norma e disciplina (attraverso un sistematico lavoro di demonizzazione di suddetti concetti...), d'altro canto non è nemmeno auspicabile trasformare gli insegnanti in tanti epigoni del Sergente Hartman in Full Metal Jacket.
Il punto è un altro, è necessario ripristinare modalità disciplinari adeguate se e solo se queste vanno di pari passo con un'attività di relazione adeguata nei confronti dell'allievo.
Ritengo che la prima cosa da fare in un lavoro educativo e di insegnamento sia quello di instaurare un rapporto di relazione con il soggetto, deve esserci una comunicazione reale, senza di essa il processo di apprendimento è incompleto perchè privo del fattore essenziale: la crescita umana della persona.
L'adolescenza attuale è andata ulteriormente complicandosi e la scuola non può far finta di niente, se si lascia l'allievo solo a combattere le proprie battaglie esistenziali (e purtroppo sempre più spesso anche di altro tipo...) come minimo ci ritroveremo di fronte un soggetto distratto e con forze insufficienti da dedicare allo studio. Se a tutto ciò si va ad aggiungere un vissuto emotivo difficile da decifrare, da gestire e nell'insieme spesso molto doloroso, ecco il sorgere di quegli elementi di conflittualità ed aggressività di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi. Al contrario offrire quegli strumenti che possono favorire un ascolto, un affiancamento ed un supporto nell'affrontare le proprie problematiche attenua in maniera significativa potenziali elementi di criticità e dinamiche conflittuali.
E' in quest'ottica che si inserisce la necessità di un rafforzamento della normativa disciplinare. La classe deve avere le sue norme e tali norme devono essere osservate, non solo perchè ciò determina una condizione necessaria all'apprendimento ma anche perchè l'elemento relazionale tra insegnante e studente ha bisogno di un setting ben preciso, soprattutto quando la relazione diventa una relazione anche di aiuto.
Questa considerazione non vuole essere una giustificazione riguardo l'essenza della norma in ambito scolastico bensì una considerazione aggiuntiva sulla sua utilità, la norma ha ragione di esistere in quanto tale, come base di qualsiasi ambito sociale, nella scuola come in qualsiasi altro contesto. Però in questo caso una cosa è calarla dall'alto, proponendola in maniera asettica ed impersonale ed un'altra è utilizzarla all'interno di un rapporto educativo basato sulla relazione e sulla crescita del benessere interiore dell'alunno.
Ritengo che la prima cosa da fare in un lavoro educativo e di insegnamento sia quello di instaurare un rapporto di relazione con il soggetto, deve esserci una comunicazione reale, senza di essa il processo di apprendimento è incompleto perchè privo del fattore essenziale: la crescita umana della persona.
L'adolescenza attuale è andata ulteriormente complicandosi e la scuola non può far finta di niente, se si lascia l'allievo solo a combattere le proprie battaglie esistenziali (e purtroppo sempre più spesso anche di altro tipo...) come minimo ci ritroveremo di fronte un soggetto distratto e con forze insufficienti da dedicare allo studio. Se a tutto ciò si va ad aggiungere un vissuto emotivo difficile da decifrare, da gestire e nell'insieme spesso molto doloroso, ecco il sorgere di quegli elementi di conflittualità ed aggressività di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi. Al contrario offrire quegli strumenti che possono favorire un ascolto, un affiancamento ed un supporto nell'affrontare le proprie problematiche attenua in maniera significativa potenziali elementi di criticità e dinamiche conflittuali.
E' in quest'ottica che si inserisce la necessità di un rafforzamento della normativa disciplinare. La classe deve avere le sue norme e tali norme devono essere osservate, non solo perchè ciò determina una condizione necessaria all'apprendimento ma anche perchè l'elemento relazionale tra insegnante e studente ha bisogno di un setting ben preciso, soprattutto quando la relazione diventa una relazione anche di aiuto.
Questa considerazione non vuole essere una giustificazione riguardo l'essenza della norma in ambito scolastico bensì una considerazione aggiuntiva sulla sua utilità, la norma ha ragione di esistere in quanto tale, come base di qualsiasi ambito sociale, nella scuola come in qualsiasi altro contesto. Però in questo caso una cosa è calarla dall'alto, proponendola in maniera asettica ed impersonale ed un'altra è utilizzarla all'interno di un rapporto educativo basato sulla relazione e sulla crescita del benessere interiore dell'alunno.
Il culto del disagio
gennaio 18, 2018
"Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma dell'epoca in cui vivo.." cantavano i CCCP (storico gruppo punk emiliano degli anni 80). Questa frase mi ha sempre colpito e fatto pensare. Esprimeva quello che sin da ragazzo pensavo, esprimeva la noia esistenziale che iniziava a diffondersi negli anni 80 e che si era ormai sedimentata negli anni 90 e che è stata descritta perfettamente da quel colpo di fucile che Kurt Cobain si è sparato. Prima dei Nirvana ed anche dei CCCP ci sono stati altri gruppi che hanno descritto attraverso la musica le angosce dell'uomo contemporaneo, pensiamo alla Dark Wave britannica, ai The Cure ed ai Joy Division con il loro triste epilogo per esempio. La musica contemporanea non può non descrivere il malessere esistenziale della società occidentale, è inevitabile ed anche ovvio. Quello che non è ovvio è che ormai, canzoni d'amore a parte, tutta la musica mainstream affronta temi intimistici legati ad una dimensione di malessere esistenziale e psicologico in cui si descrive un individuo ripiegato su se stesso ed intento sulle proprie ferite. Non c'è altro, non c'è alcuna dialettica tra disagio e risoluzione di esso. Il malessere è assolutizzato, decontestualizzato, non stiamo male perchè vi sono determinate cause socio-economiche e culturali, stiamo male perchè è la vita che fa schifo. Con questo non intendo che sarebbe auspicabile celebrare la vita in maniera scontata e dozzinale come fa Jovanotti nei suoi stucchevoli testi, tra l'altro ogni volta che ho la disgrazia di ascoltare una sua canzone mi viene da imitare il sopracitato Kurt Cobain.. Non auspico neanche un ritorno alla musica come strumento di denuncia sociale, si vuole solo evidenziare in questa sede l'assolutizzazione della sofferenza esistenziale nella cultura musicale contemporanea, di altro non si parla o quantomeno non vi sono risposte, non si cercano soluzioni, ci si limita a piangerci addosso. Il disagio è avulso da qualsiasi causa economica, sociale, politica, c'è perchè è l'esistenza che è uno schifo e quindi non lo si può combattere, non ci sono soluzioni, al massimo dei rimedi di tipo farmacologico (legale o meno..).
Come già ho espresso nel post su Gomorra i mass media non solo descrivono la realtà ma nel descriverla la creano. Questo sta succedendo anche con la musica maistream ed il suo pubblico.
In un contesto sociale e culturale dove qualsiasi identità è resa fragile e precaria e quando nonostante tutto sussiste è malvista in quanto tale, i giovani ricercano la propria anche nella musica e la risposta che ottengono è: "io sono perchè soffro".
Si sta creando un vero culto del disagio, esso è un brand da indossare, un vero e proprio stile di vita nel quale si è quasi fieri delle proprie problematiche psicologiche ed esistenziali così come si è fieri dei farmaci che si assumono per (non) affrontarle.
Avere l'ansia, tagliarsi, "stare sempre fatti", "fumare i casini" e "bere i problemi", come dice il trapper Ghali, sembra sia diventato uno status symbol. Prima chi assumeva psicofarmaci lo faceva di nascosto e se ne vergognava, cosa anch'essa non giusta, adesso è un motivo di vanto e di prestigio.
A livello pedagogico è auspicabile intervinire su tre punti fondamentali così da proporre una disamina della questione a partire dal piano spirituale (ebbene si! Non è una bestemmia..), filosofico, politico e socio-economico:
- Stimolare una riflessione profonda sulle cause della sofferenza umana: essa fa certamente parte dell'esistenza ma non va subita, nello stesso tempo essa è determinata, di volta in volta da precisi fattori socio-economici, politici e culturali rispetto ai quali bisogna prendere coscienza ed assumere un atteggiamento attivo sia a livello individuale che collettivo.
- Ricercare ed aiutare l'adolescente a risvegliare quelle energie vitali che possano aiutarlo ad affrontare la vita in maniera combattiva e costruttiva piuttosto che autodistruttiva e vittimistica.
- Favorire la costruzione di un'identità non basata sulle tendenze culturali del momento e sui dettami del mercato, bensì proporre la conoscenza di se stessi, delle proprie attitudini, delle proprie energie ma anche dei propri limiti al fine di una vera realizzazione individuale.
Infine bisogna far capire al soggetto, laddove vi siano problematiche psicologiche e/o psichiatriche importanti, che l'auto-cura non è una soluzione ma al contrario un ulteriore problema mentre sarebbe necessario rivolgersi ad uno specialista che possa realmente aiutarlo a guarire le proprie ferite. Ma di questo ne parlerò più specificatamente nei prossimi post.
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