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Tim Raue: alchimia del dolore e della violenza





Lo chef stellato Tim Raue è nato nel 1974 a Berlino ed è vissuto nel quartiere di Kreuzberg, il più malfamato di quella che allora era Berlino Ovest. Figlio di genitori divorziati verso i nove anni fu costretto a trasferisi dal padre a causa delle evidenti difficoltà economiche ed esistenziali della madre, inizia purtroppo per il piccolo Tim un inferno fatto di violenza domestica.
Per anni Tim subirà tutta la vigliaccheria e la frustrazione della figura paterna. Dolore fisico, paura, ospedali e l’enorme tristezza per essere stato abbandonato dalla madre e tradito dal padre. Tim cresce, l’innocenza rubata e negatagli si trasforma in una bomba di odio pronta ad esplodere; violenza e sopraffazione sono le uniche leggi che conosce e la dura realtà di Kreuzberg non fa che confermare gli insegnamenti appresi in casa.
La bomba di odio espolde, Tim diventa un ragazzo di strada, un membro di una gang e da vittima diventa carnefice. Adesso non è più lui a subire, ha imparato a sopravvivere e per sopravvivere in strada devi giocare sporco. Furti e rapine ma anche risse e pestaggi per primeggiare con le altre gang in un campionato senza regole in cui coltelli, mazze da baseball e bottiglie rotte lasciano poco spazio al fair play. 
Violenza, rabbia, e autodistruttività, l’epilogo di questa storia sembra scontato: Tim finirà seppellito in carcere, morto ammazzato o peggio ancora tossicodipendente a vita.
Invece il futuro Chef si rende conto che così non può continuare e che quel tipo di vita non gli darà nessun futuro, solo altra sofferenza. Cerca lavoro e in un centro per l’avviamento al lavoro gli vengono proposte tre alternative: frequentare una scuola per diventare o imbianchino o gardiniere o cuoco. Sceglie quest’ultima, in fondo mangiare è bello e l’assaporare le fragranze e sentire gli odori di quelle merendine che si comprava al supermercato con la paghetta costituiva un momento di pace nel suo inferno minorile.
Tim non solo non vuole finire male ma vuole emergere, vuole diventare famoso e fare la differenza. Adesso ha una passione, si rende conto di avere talento, quella rabbia e quella violenza adesso si sono trasformati in combattività e lo aiutano ad affermarsi in un ambiente dove ci vuole personalità, ambizione, serietà, forza di volontà e resistenza fisica. In più se  provieni da Kreuzberg la determinazione deve essere doppia rispetto a quella dei tuoi colleghi perché nessuno ti regalerà la sua fiducia.
A neanche 25 anni è già Chef e il resto è storia.
Adesso Tim Raue gestisce ed è lo Chef del Tim Raue Restaurant, un ristorante stellato tra i più famosi di Berlino, della Germania e incluso tra i “The world’s 50 best restaurants”. La sua idea di ristorazione rispecchia la personalità di un ex ragazzo di strada egocentrico, trasgressivo ed aggressivo: camerieri in t-shirt e blue jeans, sapori forti, note acide e piccanti sopra le righe per le concezioni classiche di cucina...  ma questo non è un blog di cucina gourmet e poco ci deve importare del menu del nostro Tim, quello che invece deve risaltare è l’incredibile percorso di vita di un uomo che, riportando le sue parole, è stato capace di controllare le sue energie negative per trasformarle in qualcosa di meraviglioso.

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Stigmatizzazione dell'aggressività: un errore pedagogico


Nel post precedente si parlava di Gomorra e di tutti quei film o serie tv inerenti la criminalità ormai sempre più di successo. Uno dei motivi di tale successo è che i protagonisti dei vari Gomorra, Suburra, Romanzo Criminale sono altamente aggressivi.
Al di là di un giudizio di valore sugli squallidi motivi per cui esprimono la propria aggressività, essi sono in questo profondamente umani e questa autenticità affascina.
Affascina perché al contrario di ciò che accade nella vita di tutti i giorni questi personaggi sono quasi totalmente liberi nell’agire la propria aggressività, i propri istinti violenti ed il loro thanatos. Da qui catarsi e fascinazione appunto.
Al contrario nella realtà ognuno di noi subisce sin dall’infanzia un condizionamento sociale pesantissimo volto a reprimere qualsiasi pulsione di questo tipo, con la complicità di distorte strutture morali pensiero.
La cultura dominante da immediatamente un’accezione negativa al termine aggressività, vorrebbe un’umanità priva di questa dimensione, castrata di quello che invece è soltanto un impulso vitale ed in quanto tale necessario.
In primis è necessario perché la società contemporanea è purtroppo una società altamente conflittuale, essa reca in se il germe della sopraffazione dell’altro; dove l’altro è inteso come singolo, come classe economica, come popolo, come soggetto culturale e nei confronti della quale sarebbe auspicabile una lotta per riaffermare la propria esistenza.
Ma l’aggressività è necessaria perché questa è un’energia, una sorta di carburante che abbiamo a disposizione e che a volte è necessario usare e bisogna saper usare.
E’ necessario svincolare l’aggressività dall’accezione negativa che ormai l’accompagna per cui esprimerla è di per se sbagliato se non addirittura immorale, essa non significa per forza violenza fisica e prevaricazione dell’altro.
L’aggressività ad esempio può trasformarsi in grinta e la grinta è spesso indispensabile di fronte ad eventi o situazioni problematiche.
Aggressività e rabbia, un istinto la prima e un sentimento la seconda che in quanto tali non vanno né repressi né assecondati irrazionalmente: esse vanno canalizzate e utilizzate in maniera proficua ai fini della progettualità esistenziale della persona.
Negare l’aggressività, non riconoscerla, non fare esperire adeguatamente i propri sentimenti di rabbia, non educare alla gestione di queste due dimensioni profondamente connesse tra loro sarebbe un grave errore da parte di chi lavora in qualsiasi ambito dell’educazione, l’ennesimo tentativo di repressione delle energie vitali derivante da una visione ancora una volta distorta e parziale dell’essere umano.