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Tim Raue: alchimia del dolore e della violenza
gennaio 03, 2018
Lo chef stellato Tim Raue è nato nel 1974 a Berlino ed è vissuto nel quartiere di Kreuzberg, il più malfamato di quella che allora era Berlino Ovest. Figlio di genitori divorziati verso i nove anni fu costretto a trasferisi dal padre a causa delle evidenti difficoltà economiche ed esistenziali della madre, inizia purtroppo per il piccolo Tim un inferno fatto di violenza domestica.
Per anni Tim subirà tutta la vigliaccheria e la frustrazione della figura paterna. Dolore fisico, paura, ospedali e l’enorme tristezza per essere stato abbandonato dalla madre e tradito dal padre. Tim cresce, l’innocenza rubata e negatagli si trasforma in una bomba di odio pronta ad esplodere; violenza e sopraffazione sono le uniche leggi che conosce e la dura realtà di Kreuzberg non fa che confermare gli insegnamenti appresi in casa.
La bomba di odio espolde, Tim diventa un ragazzo di strada, un membro di una gang e da vittima diventa carnefice. Adesso non è più lui a subire, ha imparato a sopravvivere e per sopravvivere in strada devi giocare sporco. Furti e rapine ma anche risse e pestaggi per primeggiare con le altre gang in un campionato senza regole in cui coltelli, mazze da baseball e bottiglie rotte lasciano poco spazio al fair play.
Violenza, rabbia, e autodistruttività, l’epilogo di questa storia sembra scontato: Tim finirà seppellito in carcere, morto ammazzato o peggio ancora tossicodipendente a vita.
Invece il futuro Chef si rende conto che così non può continuare e che quel tipo di vita non gli darà nessun futuro, solo altra sofferenza. Cerca lavoro e in un centro per l’avviamento al lavoro gli vengono proposte tre alternative: frequentare una scuola per diventare o imbianchino o gardiniere o cuoco. Sceglie quest’ultima, in fondo mangiare è bello e l’assaporare le fragranze e sentire gli odori di quelle merendine che si comprava al supermercato con la paghetta costituiva un momento di pace nel suo inferno minorile.
Tim non solo non vuole finire male ma vuole emergere, vuole diventare famoso e fare la differenza. Adesso ha una passione, si rende conto di avere talento, quella rabbia e quella violenza adesso si sono trasformati in combattività e lo aiutano ad affermarsi in un ambiente dove ci vuole personalità, ambizione, serietà, forza di volontà e resistenza fisica. In più se provieni da Kreuzberg la determinazione deve essere doppia rispetto a quella dei tuoi colleghi perché nessuno ti regalerà la sua fiducia.
A neanche 25 anni è già Chef e il resto è storia.
Adesso Tim Raue gestisce ed è lo Chef del Tim Raue Restaurant, un ristorante stellato tra i più famosi di Berlino, della Germania e incluso tra i “The world’s 50 best restaurants”. La sua idea di ristorazione rispecchia la personalità di un ex ragazzo di strada egocentrico, trasgressivo ed aggressivo: camerieri in t-shirt e blue jeans, sapori forti, note acide e piccanti sopra le righe per le concezioni classiche di cucina... ma questo non è un blog di cucina gourmet e poco ci deve importare del menu del nostro Tim, quello che invece deve risaltare è l’incredibile percorso di vita di un uomo che, riportando le sue parole, è stato capace di controllare le sue energie negative per trasformarle in qualcosa di meraviglioso.
Credits immagine: link
Invece il futuro Chef si rende conto che così non può continuare e che quel tipo di vita non gli darà nessun futuro, solo altra sofferenza. Cerca lavoro e in un centro per l’avviamento al lavoro gli vengono proposte tre alternative: frequentare una scuola per diventare o imbianchino o gardiniere o cuoco. Sceglie quest’ultima, in fondo mangiare è bello e l’assaporare le fragranze e sentire gli odori di quelle merendine che si comprava al supermercato con la paghetta costituiva un momento di pace nel suo inferno minorile.
Tim non solo non vuole finire male ma vuole emergere, vuole diventare famoso e fare la differenza. Adesso ha una passione, si rende conto di avere talento, quella rabbia e quella violenza adesso si sono trasformati in combattività e lo aiutano ad affermarsi in un ambiente dove ci vuole personalità, ambizione, serietà, forza di volontà e resistenza fisica. In più se provieni da Kreuzberg la determinazione deve essere doppia rispetto a quella dei tuoi colleghi perché nessuno ti regalerà la sua fiducia.
A neanche 25 anni è già Chef e il resto è storia.
Adesso Tim Raue gestisce ed è lo Chef del Tim Raue Restaurant, un ristorante stellato tra i più famosi di Berlino, della Germania e incluso tra i “The world’s 50 best restaurants”. La sua idea di ristorazione rispecchia la personalità di un ex ragazzo di strada egocentrico, trasgressivo ed aggressivo: camerieri in t-shirt e blue jeans, sapori forti, note acide e piccanti sopra le righe per le concezioni classiche di cucina... ma questo non è un blog di cucina gourmet e poco ci deve importare del menu del nostro Tim, quello che invece deve risaltare è l’incredibile percorso di vita di un uomo che, riportando le sue parole, è stato capace di controllare le sue energie negative per trasformarle in qualcosa di meraviglioso.
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Stigmatizzazione dell'aggressività: un errore pedagogico
gennaio 02, 2018
Nel post precedente si parlava di Gomorra e di tutti quei film o serie tv inerenti la criminalità ormai sempre più di successo. Uno dei motivi di tale successo è che i protagonisti dei vari Gomorra, Suburra, Romanzo Criminale sono altamente aggressivi.
Al di là di un giudizio di valore sugli squallidi motivi per cui esprimono la propria aggressività, essi sono in questo profondamente umani e questa autenticità affascina.Affascina perché al contrario di ciò che accade nella vita di tutti i giorni questi personaggi sono quasi totalmente liberi nell’agire la propria aggressività, i propri istinti violenti ed il loro thanatos. Da qui catarsi e fascinazione appunto.
Al contrario nella realtà ognuno di noi subisce sin dall’infanzia un condizionamento sociale pesantissimo volto a reprimere qualsiasi pulsione di questo tipo, con la complicità di distorte strutture morali pensiero.
La cultura dominante da immediatamente un’accezione negativa al termine aggressività, vorrebbe un’umanità priva di questa dimensione, castrata di quello che invece è soltanto un impulso vitale ed in quanto tale necessario.
In primis è necessario perché la società contemporanea è purtroppo una società altamente conflittuale, essa reca in se il germe della sopraffazione dell’altro; dove l’altro è inteso come singolo, come classe economica, come popolo, come soggetto culturale e nei confronti della quale sarebbe auspicabile una lotta per riaffermare la propria esistenza.
Ma l’aggressività è necessaria perché questa è un’energia, una sorta di carburante che abbiamo a disposizione e che a volte è necessario usare e bisogna saper usare.
E’ necessario svincolare l’aggressività dall’accezione negativa che ormai l’accompagna per cui esprimerla è di per se sbagliato se non addirittura immorale, essa non significa per forza violenza fisica e prevaricazione dell’altro.
L’aggressività ad esempio può trasformarsi in grinta e la grinta è spesso indispensabile di fronte ad eventi o situazioni problematiche.
Aggressività e rabbia, un istinto la prima e un sentimento la seconda che in quanto tali non vanno né repressi né assecondati irrazionalmente: esse vanno canalizzate e utilizzate in maniera proficua ai fini della progettualità esistenziale della persona.
Negare l’aggressività, non riconoscerla, non fare esperire adeguatamente i propri sentimenti di rabbia, non educare alla gestione di queste due dimensioni profondamente connesse tra loro sarebbe un grave errore da parte di chi lavora in qualsiasi ambito dell’educazione, l’ennesimo tentativo di repressione delle energie vitali derivante da una visione ancora una volta distorta e parziale dell’essere umano.
Gomorra, emulazione ed eroi del nulla
dicembre 29, 2017
C’è poco da discutere, Gomorra crea emulazione.
Nella città di Napoli e non solo vengono vendute magliette con le immagini dei vari protagonisti della serie, i vestiti e gli accessori che essi indossano sono di moda così come le loro bizzarre capigliature (a parte quella di Ciro, quella di Ciro va bene...).
All’adesione estetica dei molti segue anche un’adesione più profonda che in non pochi casi sfocia in scelte di vita similari a quelle dei vari Pietro Savastano, Genny, Ciro, Patrizia, Chanel..
La serie tv scritta dallo scrittore Roberto Saviano è di fatto diventata una cassa di risonanza a favore della criminalità organizzata, un’epica dello spaccio e del guadagno ottenuto tramite la sopraffazione e la prepotenza.
Questo però è un copione già noto, Gomorra non sarà né il primo né l’ultimo film/serie tv sulla malavita e la criminalità organizzata che crea schiere di ammiratori e non solo; pensiamo ad il Padrino, Scarface, Carlito’s Way per passare ai nostrani Romanzo Criminale (sia la serie che il film) ,Faccia D’Angelo o Suburra solo per citarne alcuni.
Il problema è del perché questi film creino oggi più che mai proselitismo ed emulazione.
Vi è certamente una causa socio-economica rintracciabile nella mancanza sempre più crescente di lavoro in Italia, nella privazione di qualsiasi futuro per le nuove generazioni, nell’assenza di qualsiasi possibilità di miglioramento o di un onesto riscatto sociale. Ma non basta, vi è anche una causa di tipo esistenziale che consiste nella totale assenza di una dimensione etica profonda e condivisa.
Le generazioni attuali sono cresciute senza nessun orizzonte ideale, senza miti, senza eroi, senza riferimenti valoriali e con figure di riferimento instabili ed incerte nel loro essere, l’unico orizzonte esistenziale che gli viene offerto è la pura materialità intesa come mera soddisfazione dei propri bisogni, altro non gli è concesso di esperire.
E’ in questo deserto etico che serie tv come Gomorra diventano una vera e propria mitologia del male, un testo sacro del guadagno ad ogni costo, altro che semplice descrizione di una realtà che già esiste (a parte il fatto che per questo tipo di lavori esistono la saggistica e la documentaristica e che lo stesso concetto di fiction stride con quello di oggettività)!
Vi è inevitabilmente in tutto ciò un'imprescindibile responsabilità morale ed etica ma su questo tornerò in più appropriata sede... la domanda adesso è un'altra perché anche di altro si tratta.
Vi è inevitabilmente in tutto ciò un'imprescindibile responsabilità morale ed etica ma su questo tornerò in più appropriata sede... la domanda adesso è un'altra perché anche di altro si tratta.
Come è possibile che dei ragazzini indossino delle magliette o peggio ancora emulino un Genny Savastano? Stiamo parlando di un personaggio che non solo ha fatto uccidere il proprio padre ma è amico anche con colui che gli ha ucciso la madre.
Forse il paradosso e lo scandalo di Gomorra è proprio questo, la serie scardina definitivamente gli ultimi valori presenti anche nel mondo criminale e l’esempio di cui sopra ne è una prova inconfutabile. Genny fa una cosa impensabile soprattutto per un criminale, non solo perdona ma torna anche amico con Ciro (Il killer dei genitori di Gennaro Savastano per intenderci) fino al punto di definirlo un fratello.
Se figure del genere vengono ammirate ed addirittura emulate da migliaia di adolescenti la causa non risiede solo in una serie ben fatta, bensì nel nichilismo etico ed esistenziale in cui le varie agenzie educative e la società tutta li ha fatti crescere.
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